mercoledì 17 giugno 2020

Razzismo nel mondo occidentale

Rukia non sapeva ancora di essere incinta, eppure Hash aveva iniziato a scorgere qualcosa nei suoi occhi. Una luce, un’atmosfera, una vibrazione, insomma, qualcosa di insolito.
Le chiedeva spiegazioni e lei rispondeva che andava tutto bene. In fondo erano stati attenti anche quella mattina. O almeno ne erano convinti.
La vita non era affatto facile, in quei giorni, è inutile che lo dica. Vi erano tante, piccole o meno, difficoltà da affrontare: la mancanza di cibo e la tensione a fior di pelle sempre presente nei
discorsi della gente; il doversi continuamente spostare di casa in casa per non vedere il soffitto crollare sulla loro testa per una bomba; e quelle telefonate puntualmente interrotte a metà per i più disparati motivi.
Perché quando sei in guerra il tempo è come un fantasma un po’ pazzo, che appare e scompare, ricordandoti della sua esistenza, senza alcuna ragione. Questo le disse un giorno suo padre e Rukia non l’aveva dimenticato. Non erano state le sue ultime parole, fortunatamente ce n’erano state altre assai più dolci e affettuose, tuttavia, in quei giorni, quella frase veniva continuamente illuminata nella sua memoria perché incredibilmente attuale e calzante.
Nel mondo cosiddetto occidentale non capita così tanto spesso di guardare la morte negli occhi e poterlo raccontare.
Forse è per questo che si riesce così facilmente a odiare il prossimo, anche se sconosciuto, solo perché diverso. Solo perché vulnerabile. Solo perché è solo...

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