venerdì 5 giugno 2020

Non si nasce razzisti

“Eccovi il titolo del mio tema”, annunciò l’alunno dalla carnagione meno confondibile dell’intera classe. “Io sono un razzista.”
Alcuni dei compagni rise, ma niente di strano, il ragazzo lo aveva previsto.
“Continua a leggere”, lo invitò la prof, piuttosto incuriosita.
Di tutta risposta, Said non lesse, ma chiuse gli occhi. Perché quel pezzo lo aveva imparato a memoria. Era impresso sul foglio, ma trascritto direttamente dalla sua stessa pelle e da ciò che c’è sotto. Leggi pure come il più sottovalutato degli umani tesori.

“Io sono un razzista, esattamente come tutti voi. Non conta se sono io a essere il nero e voi i bianchi. Razzisti lo siamo tutti e lo sono anche io, sebbene – nel modo più grottesco possibile – lo sono per primo verso me stesso…
“Io sono un razzista poiché da bambino ho cominciato a credere di essere marrone, guardandomi allo specchio. E che voi altri foste tutti in varie gradazioni di rosa, osservandovi da più o meno vicino. In taluni casi arrivando pure al giallo e all’arancione.
“Poi è arrivata la scuola, i giornali, la tv, i libri, e anche i fumetti, i film e le pubblicità, i discorsi della gente, grandi e piccoli e… all’improvviso sono diventato nero. Voi bianchi, io il nero. Io diverso, voi gli uguali. Tutti razzisti, quindi.
“Io sono un razzista poiché ho fatto mio tale menzogna fattasi cultura e società.
“Perché anch’io, come voi, vedendo il falso nero nello specchio distorto che avrebbe dovuto restituirmi verità ho cominciato a riconoscerlo nei miei simili: gli altri neri.
“E pure io, come voi, ho preso a identificarli, catalogarli e archiviarli con altrettante bugie…
“Stranieri, alieni, sbagliati, delinquenti, poveri, sporchi… e così via uccidendo letteralmente possibilità e preziosi doni…”

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