mercoledì 10 giugno 2020

Combattere il razzismo è stare dalla parte della ragione

“Signora Schwerner, suo marito ha poi terminato l’università?”
“Sì, certamente. Michael si è laureato e subito dopo si è iscritto alla Scuola per il lavoro sociale presso l’Università della Columbia.”
“Ho impressione che lei parli con sincero orgoglio di Michael.”
“Dice? E come potrei non fare altrimenti? Una
delle cose che ho imparato da lui è che nella vita delle persone, soprattutto quando sono giovani e hanno le occasioni che in futuro non avranno più, ci sono scelte dovute, decisioni scontate, azioni programmate, come studiare o lavorare, ma… ma ci sono anche strade che nessuno ti consiglia, anzi, che la maggior parte dei genitori ti nascondono, come quella di scegliere di sfidare i razzisti del sud, per dirne una. Il più delle volte lo fanno per inerzia, e sono pronti a dare battaglia senza tregua per dissuaderti e farti desistere dal seguirle.”
“Cosa intende quando dice per inerzia?”
“Non so altrettanto bene come sia oggi la situazione, ma quasi tutti i nostri genitori all’epoca avevano costruito la loro presunta maturità sulla difesa del proprio territorio, alimentando panico e diffidenza. Erano stati addestrati così, fin da bambini. Non sono qui per giustificarli e nemmeno per giudicarli, c’è qui una giuria chiamata a questo, tuttavia la realtà è che sono stati educati così, qualcuno li ha plasmati e loro si sono fatti plasmare. Ecco, Michael era invece uno di quei ragazzi che non voleva essere plasmato e soprattutto teneva particolarmente a non perdere tempo.”
“Può spiegarsi meglio?”
“Perdere tempo. Perdere tempo a combattere contro quelli che avrebbero voluto plasmarlo, i genitori, i vecchi, gli insegnanti… A lui non interessava protestare, ma fare. Per questa ragione, insieme a quella dello studio, prese anche l’altra strada.”
“Quale?”
“L’altra, quella non dovuta e non scontata. Dopo essersi iscritto alla Scuola per il lavoro sociale, Michael mise su a Manhattan un gruppo locale del Congresso per l’eguaglianza razziale. Anch’io ne facevo parte.”
“Sembra un bel ricordo.”
“Sì, ci sentivamo forti, non perché lo fossimo e neppure perché eravamo giovani e quindi ingenui. Ci sentivamo forti perché eravamo convinti di avere ragione. Capisce cosa intendo?”

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