giovedì 28 maggio 2020

Nella terra dei razzisti al potere

Siamo arrivati. E siamo tornati. Nessuna differenza, perché abbiamo portato con noi vita che mancava. Tutto è rimasto uguale, poiché è sopravvissuta l’esistenza che contava. Davvero.
La prima scena è all’interno di una casa. Ovvero, una cucina. Un tavolo grande al centro, di quelli rettangolari, con due fondamentali capi tavola. Mamma e papà, ma anche lei e lui, magari gli stessi di un domani. Qui e laggiù. Adorato come tale.
C’è musica, gli occhi non riescono a capire da
dove le note prendano vita, ma alle orecchie non importa poi molto.
E quando ogni senso ha la giusta autorevolezza, tutti gli altri si fidano. Compresa la tanto sopravvalutata vista.
D’altra parte, è una bella melodia. Anzi, no: qualcosa di più, di meglio. È giusta, perfetta per quel quadro.
Tutto a un tratto qualcuno arriva alle spalle. Normalmente si sobbalza, l’inquietudine cresce, i dubbi si affollano e il timore di voltarsi costringe la vittima a un bivio che tale non è.
Morte se ti muovi. E morte se immobile resti. Questo è ciò accade nella terra dei razzisti al potere.
Nondimeno, al riparo di queste pagine, non siamo nel regno del comunemente detto, credo sia ormai un fatto assodato. Soprattutto ora che la confusa storia inizia a palesarsi con maggiore chiarezza.
Senza parole, il nostro gira la testa e incontra il tratto che rende inestimabile un’immagine seppur ammirevole. Il volto di lei.
Zoom.
Il sorriso.
Altro zoom.
Gli occhi.
Profonda zummata rivelatrice, con la musica di cui sopra che si leva di volume.
La luce nelle pupille, non importa quale delle due. Basta che appartengano a Shani.
“Dormi, Ahmed”, fece il padre accarezzandogli i capelli. “Che i tuoi sogni proseguano anche sulla terraferma...”

Leggi il resto nel romanzo "La truffa dei migranti", Tempesta Editore

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