martedì 5 maggio 2020

Il viaggio dei migranti

Su una nave. In mare. Da qualche parte.
Vecchia storia, vero? Nondimeno, esistono al mondo taluni che, per quanto si ritrovino in un racconto già narrato un’infinità di volte, non avvertono alcuna monotonia. Come se per la prima volta lo vedessero, anzi, lo vivessero.
Sono i veri protagonisti, gli unici che avrebbero diritto ad esprimersi sui fatti, laddove assurgano alle prime pagine, dei giornali come dei libri.
È con un fermo pensiero rivolto a costoro che, malgrado conscio della mia scarsa autorevolezza, proverò come posso a render merito alla scena in questione: faceva caldo, era mattino presto e faceva caldo. La sete cominciava a farsi sentire e, per quanto l’acqua sembrasse sufficiente a durare
sino alla meta preposta, l’esiguità della razione quotidiana era ormai mal tollerata.
C’era nervosismo nell’aria, una tensione palpabile che non si era ancora palesata apertamente. La fiducia nel piano di Ramakeele resisteva ancora, tuttavia, colpa anche della fantasiosità dello stesso, le fondamenta del gruppo iniziavano a scricchiolare.
Un disturbo rarefatto, che danzava sotto traccia, ma si percepiva, soprattutto da parte degli adulti.
A ogni buon conto c’era qualcuno troppo impegnato a raccontar la sua, di folle storia, anziché dubitare di quella di sua nonna.
“Perché dici bugie, Ahmed?” lo accusò Shani, seduta in terra accanto al bambino.
“Non è una bugia”, replicò quest’ultimo contrariato.
“Sì, che lo è: tu di là non ci sei mai stato. Questo è il primo viaggio che fai via dalla nostra terra, come tutti noi.”
“No, ci sono stato.”
“E allora provalo.”
Ahmed allontanò lo sguardo per un istante dalla bimba e cercò con gli occhi la nonna.
Ramakeele dormiva ancora e russava sinfonicamente, a dirla tutta.
Ciò nonostante, sembrò che il bambino fosse comunque riuscito a carpire l’ispirazione bramata e accettò la sfida.
“Ci sono stato, di là. Ho visto alberi grandi, troppo grandi, che quasi nessuno è mai riuscito ad arrampicarsi sino in cima. Solo uno, che poi non è più tornato giù.”
“Perché?”
“Non si sa. Qualcuno dice che sia morto, ma molti giurano che una volta su abbia visto qualcosa di così bello da impedirgli di smettere di ammirarlo.”
“Mah… e che altro c’è, di là? Non ci sono i razzisti?”
“No. Ci sono invece animali piccolissimi, quasi invisibili, che fanno il solletico ai palmi delle mani e curano la febbre.”
“Se li mangi?”
“No, se gli dai da mangiare.”
“E come fai se sono quasi invisibili?”
“Quando senti il solletico sui palmi, vuol dire che sono nelle tue mani e allora ti basta aprirle come si deve e poggiarci sopra molliche di pane, ma non molliche normali.”
“E che tipo di molliche?”
“Piccolissime…”
“Che stupidaggine”, commentò Shani, ma sorrise e ad Ahmed fu sufficiente.
Anzi, molto di più.

Leggi il resto nel romanzo "La truffa dei migranti", Tempesta Editore

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