martedì 7 aprile 2020

Pazzia del razzismo o dell'odio

Pazzo.
Pazzo può risultare un insieme di lettere meraviglioso; un sapore di delizia unica per i palati più esigenti. Come quelli di un adolescente ingannato alla nascita.
Ma non si era parlato di una madre, oltre a un padre? Questo sembrava urlare il cuore sbrindellato di Tommaso.
Non è questa la tanto sbandierata icona della famiglia tradizionale tanto difesa dai baluardi della morale canonica? E se dovesse venire a mancare la prima, ciò giustifica la fine di tutto? Era forse scritto in piccolo, nelle avvertenze scomode? Che se rimane solo uno, al timone, il paradiso promesso in futuro diviene inferno quotidiano?
Pazzo.
La follia può divenire un’invidiabile spiegazione delle cose, qualora sussista, poiché esclude una miriade di possibilità inaccettabili, soprattutto laddove la carne sia ancora fragile intorno a ossa addirittura meno stabili.
“Dove sei stato?” berciò Vito, non appena Tommaso rientrò in casa, intorno all’ora di cena.
Il ragazzo seguì le parole, ovvero l’odore maledetto.
La casa ne era ormai impregnata; nondimeno,
quando l’abuso del presunto medicamento oltrepassava nuovi limiti, il puzzo di alcool era quasi palpabile. Una confusione di sensi di una logicità banale.
Tommaso entrò nel salotto e vide il padre in terra, con la schiena appoggiata alla base del divano e il tavolino con le gambe all’aria.
Sul tappeto c’era del vomito, ma l’uomo aveva ancora la bottiglia tra le mani. Come se il rigurgito non gli avesse impedito di continuare a curarsi. Spegnersi. Tentare invano di uccidersi.
“Ti ho lasciato un biglietto, papà.”
“Sì, il biglietto…”
Vito tracannò ciò che restava del vino e gettò la bottiglia contro il muro.
Pazzo.
Mio padre è pazzo. Il mio papà sta male, non è cattivo. Non è proprio razzista, non ce l’ha davvero con gli stranieri. Non è odio. E mi vuole bene. Ma la malattia vince sull’amore. Sempre. Non è colpa sua. È forse mia?
“Hai visto dalla finestra, quelli? Mi sono accorto che li guardavi con la tua… amica.”
Bentornato nel mondo reale, questo recitava la didascalia in calce alla scena. Il ragazzo aveva dimenticato; per quasi un intero giorno aveva rimosso il significato del vedere, a casa Mariti.
Vedere quelli, la famiglia degli stranieri.
“Non so di chi stai parlando”, mentì Tommaso.
“Dei negri, i negri che abitano di fronte.”
Pazzo. Meglio pazzo che qualsiasi altra spiegazione. Poiché il paradiso è in una parola. Come l’inferno. Come negri

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