giovedì 2 aprile 2020

Figli di padri razzisti

“Aprimi…” disse Teresa dopo aver fatto urlare più volte il campanello. “Lo so che ci sei, ti ho visto alla finestra.”
Mezza verità, d’accordo, una tenda per intuire il
tutto, ma questo Tommaso non lo sapeva.
Il primo giorno a casa era entrato in bagno di continuo in cerca dello specchio, costringendosi a una sadica tortura oltremodo frustrante. Magari anche più dolorosa delle percosse paterne.
Quanto avrebbe impiegato l’occhio destro a tornare normale? Quanto tempo occorreva al labbro inferiore per sgonfiarsi sino a dimensioni accettabili? E quanti giorni avrebbe dovuto nascondersi dal mondo prima che il colore del volto cancellasse l’unica tonalità davvero inaccettabile?
Il secondo giorno aveva interrotto l’ossessiva verifica. Aveva compreso che un’aggressione come quella che aveva subito comportava un periodo di convalescenza significativo, a meno di non dover spiegare al prossimo l’origine delle ferite.
Aveva anche pensato di inventare un litigio in strada con qualcuno di indefinito. Magari un immigrato, per fare contento papà e suscitare l’appassionata indignazione dei patrioti presenti.
Tuttavia, aveva bandito la menzogna all’istante.
Quel Tommaso era morto. Quel figlio di cotanto genitore era rimasto indietro.
Dove sei? Dove sei finito? Dov’è, ora, il ragazzo che colpì Chakra?
Il terzo giorno aveva solo un’immagine in testa. Ma che dico, ovunque. Nel cuore, in maniera se volete melensa quanto scontata, ma anche nella pancia, nelle mani bramose di vero calore, più che mai nel viso martoriato, che avrebbe accettato mille deturpamenti in più, pur di venire lenito da una carezza.
Quella di lei...

Leggi il resto nel romanzo "La truffa dei migranti", Tempesta Editore

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