venerdì 27 marzo 2020

Come usare la rabbia contro il razzismo

“Signora Schwerner, quale fu l’esito della sentenza nel processo del 1967?”
“Dei dieci imputati, solo in sette furono condannati per cospirazione al fine di privare i tre giovani assassinati dei loro diritti civili, tra cui il vice sceriffo Price. Tre furono assolti e uno di loro è oggi sotto processo.”
“Il capo, il cavaliere el Ku Klux Klan Edgar Ray Killen.”
“Esatto.”
“Come reagì alla notizia?”
“Rabbia. Sentivo solo rabbia. Un po’ perché era una facile coperta per il dolore, come accade a molti di noi in momenti di particolare sofferenza, tuttavia avevo anche ben altre solide ragioni per la mia collera.”
“Quali?”
“Non potevo ritenermi soddisfatta per la condanna
di quei sette e se fossero stati condannati tutti e dieci, non avrei riavuto comunque mio marito. In ogni modo considerassi la cosa l’ira montava nel mio cuore.”
“E cosa fece per gestirla?”
“Nulla, anzi, l’assecondai. Mi diedi un solo obiettivo: fare giustizia. Non mi sono mai fermata, mai.”
“Quanto è durata la sua battaglia?”
“La mia battaglia… credo che non finirà mai, la mia vera battaglia. Ma se si riferisce al processo, dopo anni di incontri, petizioni, manifestazioni e ogni arma civile di cui potevo avvalermi, grazie anche al sostegno e all’aiuto di tanta brava gente, siamo riusciti ad ottenere una nuova indagine.”

Leggi altro in "Il coraggio della speranza", racconto dal libro Amori diversi, Tempesta Editore.

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