giovedì 5 marzo 2020

Bianco e Nero

Persone nuove, nella nuova terra, in un’altra casa. Una casa nuova, accanto alla vecchia. Vecchia come una donna, che come tale vive, a pochi metri da te.
Solo. Sono solo. Io sono solo. E se tre volte non basterà, ci penserà il resto dell’inchiostro a completare il quadro.
Immaginatevi la scena, di un pittore confuso, con un pennello tremante nella mano altrettanto smarrita. Ma finalmente capace di sconfiggere il vuoto. Anzi, no, il bianco.
Diciamolo, una volte per tutte, che almeno in questo caso il bianco è morte e il nero pulsa di vita come niente al mondo. D’accordo, si era parlato di un pittore, ovvero di uno spacciatore dell’intero arcobaleno, ma è una banale metafora, pensavo fosse evidente.
Inoltre, se di colori si tratti, il bianco ne è il vanitoso ladro, poiché li ingoia tutti, nascondendoli tra la sue carni. Cancellandoli. Ed ecco che il nero diventa eroe vendicatore e affrancatore, ai danni della sua pallida nemesi.
Solo. Sono solo. Io sono solo. Ero. Perché la donna è più che vecchia, bensì quasi morta. E in quel quasi può celarsi una maledizione, una delle più sgradevoli controindicazioni dello sfiorare il vero.
Perché ero? Semplice, non servono parole a spiegarlo, non più di quelle che ora, in questo
preciso istante, proprio qui, dove l’occhio legge, si riprendono il proprio spazio.
Resuscitano. Perché quando una vita se ne va c’è n’è sempre un’altra che arriva. E perché laddove una storia si appresti a concludersi, questo non vuol dire che nello stesso istante infiniti racconti non emettano il proprio primo vagito.
Solo. Sono solo. Io sono solo. Cancello il dubbio, affronto il prezioso nemico e scrivo, scrivo ancora. Ancora per lei.
Eduardo allontanò d’improvviso le mani dalla tastiera e con le lacrime affioranti alle code degli occhi osservò con stupore la pagina.
Bianca, sì. Ma finalmente, di nuovo, lorda di parole.

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