mercoledì 5 febbraio 2020

Sfogare odio e malessere sui più deboli

La spiegazione di Teresa era stata breve ma funzionale.
“Ha litigato con un bullo a scuola, un prepotente, uno più grande… e siccome il padre non c’era l’ho invitato a stare da me, per tirarlo su.”
“Sei stata molto carina”, aveva riconosciuto Sara.
“Hai fatto bene”, aveva approvato il marito.
Nondimeno, la riuscita bugia non aveva fatto sentire meglio la ragazza.
Era arrabbiata, oltremodo arrabbiata, come se si sentisse in dovere di provare la collera che il ragazzo non si permetteva.
Amore e dolore.
Il solito inganno dei noti complici, subdoli ma equi, quindi privi di pregiudizi.
Che tu sia vittima o violentatore, la truffa va in scena, affinché la rabbiosa maschera funzioni in ogni stagione.
Quel che differisce è sempre il dopo, altrimenti sarebbe infinitamente ingiusto per gli offesi di questo mondo.
Vito era rincasato nel tardo pomeriggio ed esattamente come il giorno dell’aggressione aveva cercato il figlio invano.
Tuttavia, covava altro dentro, stavolta.
Solo in tarda mattinata, mentre sistemava la merce sul bancone, circondato dal via vai del mercato, si era reso davvero conto di aver picchiato Tommaso.
Tre giorni, tre giorni erano ovviamente trascorsi per l’orco come per la preda.

Il tempo necessario agli effetti dell’illusione dell’odio per dileguarsi, come una nube di polvere e fumo che lentamente si dirada e rivela le macerie.
In una gara tra sensi fino ad allora sopiti, Vito impiegò tre giorni per vedere.
Il volto tumefatto del figlio e le nocche delle mani arrossate.
Per udire voci e suoni infami per ogni umano orecchio degno di questo nome.
Ovvero, l’insopportabile eco che non l’avrebbe più abbandonato.
Le inutili suppliche di Tommaso.
E l’insano rumore dei colpi sul volto.
Per capire, per comprendere appieno il peso di una perversione della violenza tra le più indicibili.
“Papà, basta, ti prego...”
Non appena era entrato in camera del figlio era scoppiato a piangere e, quasi allo stesso tempo, l’insaziabile scimmia aveva reclamato il suo obolo.
Il volto fradicio di lacrime, Vito si era voltato verso l’ingresso della stanza.
Con la mente aveva già percorso il corridoio, raggiunta la cucina e afferrato la medicina.
Stava per obbedire alla sete, quando qualcosa lo aveva spinto a girarsi.
Come dire, una droga vale l’altra, se riesce nell’intento di coprire, nascondere e più che mai allontanarti da te. Dal subdolo duo di cui sopra.
Vito si era avvicinato alla finestra, aveva spostato la tenda e aveva guardato dall’altra parte della strada. E aveva visto, visto altro.
Aveva visto l’altro palazzo, immaginandosi l’altra gente, nell’altra casa.
Quindi aveva guardato in basso.
Perché quel che ti serve per vomitare odio a buon mercato e, soprattutto impunemente, si trova sempre più in basso di te.
Ramakeele stava rincasando con la spesa e, un attimo prima di entrare nel portone, si era voltata anche lei verso la vita all’altro lato della strada.
Un uomo dietro un vetro. E una negra.

Leggi il resto nel romanzo "La truffa dei migranti", Tempesta Editore

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