venerdì 28 febbraio 2020

Quando il razzismo ti aggredisce

Sara fece di tutto per non perdere la presa della pentola fumante, mentre la liberava dall’acqua.
Era assorta e sognava a occhi aperti, quando le urla nel salone la raggiunsero.
Immaginava e pregustava il dopo. Immersa, ora, in un ennesimo altro prima.
Più tardi Marco e io faremo all’amore, pensava. Era tempo che non accadeva e non vedeva l’ora che la festa finisse.
Per questo fu inevitabile che la pentola rovinasse nel lavello, facendo fuoriuscire buona parte della pasta appena cotta. La donna corse in salotto e sentì la propria voce unirsi al coro di grida.
Un rumore sbagliato, se fuso con la canzone scelta da Teresa, disarmonia inammissibile in una festa definita da tutti, ma coerente con la scena.
Vito era su Ramakeele, con il collo di lei scomparso nella stretta convulsa delle dita. La
fiera sbavante sulla preda. Altro che scontata istantanea della vecchia terra della nuova gente, con il truce leone e l’inerme gazzella.
Sebbene con scarso successo, sia Bikila che Marco avevano afferrato alle spalle il padre di Tommaso. Il corpo dell’aggressore veniva strattonato, perfino colpito in volto dal figlio della vecchia, ma niente sembrava impedirgli di togliere il fiato a lei che racconta.
I bambini piangevano e strillavano, Ahmed più di tutti.
Eduardo era terrorizzato e si limitava a urlare, mentre Matteo univa alle grida gli schiaffi che si dava sul volto.
Daria era impietrita, incapace di proferire parola.
Era quella la felicità. Prima.
Teresa staccò il cavo dal cellulare, interrompendo la fonte della colonna sonora prescelta, ormai sovrastata dagli strilli. Nondimeno, l’immagine più terrificante era lì. Suoni o meno. Marrone o meno.
La faccia di Ramakeele. La bocca aperta assetata d’ossigeno. Il volto tirato allo spasimo, al limite dello strappo. E quegli occhi. Ingigantiti e umidi. Striati di crescenti venature rossastre. Ma tristi. Solo tristi...

Leggi il resto nel romanzo "La truffa dei migranti", Tempesta Editore

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