venerdì 17 gennaio 2020

Razzismo in classe

Negra.
Anche al femminile la parola bruciava.
Perfino da spettatore, seppur nel bel mezzo della scena, protetto da un rassicurante inganno negli occhi di chi guardi la più attuale versione delle illusioni.
Nonostante fosse al di là dello schermo, Tinochika si alzò dal metaforico divano e lo infranse con rabbia.
In altre parole, colpì il compagno sul volto con un inatteso pugno.
Alquanto inatteso, perché non solo il malcapitato Davide ma nessuno in classe, neanche gli insegnanti, si sarebbero aspettati tale iniziativa da Tinochika, come già detto il classico tipo biscia.
Lo studente che, presente o meno, non fa differenza, di cui non ti rammenti, nel tempo, laddove ti sforzi di ricostruire l’elenco dei vecchi compagni di classe.
“Chi è stato?” domandò la professoressa avvertita dalla bidella, durante la ricreazione.
“Giacomo”, rispose un testimone, nonché fidato scudiero di Davide.
Quest’ultimo era in terra, con entrambe le mani sullo zigomo dolorante.
Negra.
In quell’attimo, proprio mentre Teresa vedeva quel che avrebbe voluto vedere, Tinochika fissava Amina, la compagna bersaglio di Davide.
Un ragazzina leggermente obesa, un viso simpatico e gli occhi forse un po’ piccoli, ma accesi.
Dalla pelle nuda, lei, senza protezioni.
Magiche o meno.
Tutto il resto era spento, messo da parte, anche le nocche della mano doloranti.
“Giacomo”, si avvicinò l’insegnante, “perché hai aggredito il tuo compagno?”
Tinochika non si mosse.
Chi è Giacomo?
Chi sono io?
Chi siete voi?
E chi è Amina?
Negra.
Non avendo risposta, la professoressa mise una
mano sulla spalla del ragazzino.
“Giacomo?”
Tale contatto vinse dove le parole fallivano. Tinochika spostò a fatica lo sguardo da Amina, che ricambiava con un misto di emozioni diverse.
Senza sorpresa, aveva provato gratitudine. Anche un innegabile piacere, nel vedersi vendicare sulla pubblica piazza.
Tra l’altro, per un insulto del tutto gratuito.
Davide la accusava di avergli rubato il cellulare, ignaro di averlo lasciato in bagno.
Ma provava anche altro.
Perché vi era altro in quegli occhi che la osservavano.
“Giacomo”, ripeté la professoressa, ottenuta l’attenzione di Tinochika, “perché hai aggredito Davide?”
Negra.
Il ragazzino guardò l’insegnante e rispose con tutto il corpo teso, con le pupille infiammate e le fronte convulsa, ma non riuscì a tradurre il tutto in parole.
Quindi, aggiunse la spiegazione più evidente, ma impossibile da comprendere per chi vedesse quel che voleva vedere.
Riportò lo sguardo su Amina.
Una frazione di secondo sul compagno che non si azzardava a rialzarsi da terra.
E di nuovo su lei.
Negra.
Pausa e decisivo cambio di finale, con conseguente domanda, altrettanto determinante.
Negro.
É questo quello che sono per loro?

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